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Calcio | 13 dicembre 2019, 12:08

Mister Renzo Ulivieri parla da Finale di razzismo dentro e fuori dagli stadi: "Il problema sono la violenza e la non conoscenza della storia"

Tra aneddoti di vita passata e commenti sulla situazione attuale, una serata con diversi spunti di riflessione ed un messaggio agli allenatori e non solo: "Abbiamo bisogno di persone che sappiano spiegare che si può stare meglio stando insieme"

Mister Renzo Ulivieri parla da Finale di razzismo dentro e fuori dagli stadi: "Il problema sono la violenza e la non conoscenza della storia"

Serata di aneddoti, ricordi ed opinioni a Finale Ligure per un tecnico che non ha mai nascosto la sua appartenenza politica. Renzo Ulivieri, oggi presidente dell'assoallenatori, ospite alla web radio finalese “Radio Anpi”, si è raccontato ed ha raccontato la sua esperienza e la sua visione del mondo calcistico e di ciò che ad esso sta intorno.

Tra il commento di episodi di razzismo accaduti più o meno recentemente nel mondo calcistico, non ultimo il caso del tifoso inglese del Manchester City colpito da DASPO a vita e licenziato dalla propria azienda dopo aver mimato verso un giocatore avversario il gesto della scimmia, ed esperienze toccate sulla propria pelle, dall'inizio della sua carriera tra i pro alla Sampdoria con il presidente Mantovani al confronto coi tifosi bolognesi rei di aver danneggiato una camionetta dei carabinieri e quindi convinti ad una colletta per ripagare il danno, i conduttori Italo Mazzucco e Massimo Crippa hanno condotto un viaggio all'interno dell' “universo Ulivieri”.

Un cosmo che coniuga calcio e politica perchè, ricorda il tecnico: “noi come assoallenatori non abbiamo un indirizzo politico ma facciamo politica. Come? Educando i ragazzi allo stare insieme”. E stare insieme significa rispettarsi, crescere, avere coscienza delle difficoltà dell'altro e migliorarsi.

Ma com'è possibile allora che il tema del razzismo sia ancora così rilevante nel mondo calcistico, se i valori che lo sport insegna sono altri? “Tante volte credo non si riesca ad inquadrare il problema: il problema è a monte, è la violenza. Non c'è razzismo senza violenza, chi si esprime in certe maniere non ha il concetto dell'essere non violento. Ci vuole il rispetto, che significa accettare i problemi, le difficoltà e che tu possa fermarti ad aspettare un compagno rimasto indietro. Se noi riprendiamo in mano queste idee, il razzismo trova campo per andare avanti? Io credo di no”.

Mettere la testa sotto la sabbia quindi non è la soluzione: “I problemi non vanno nascosti, vanno affrontati. Lo dobbiamo fare nello sport come da qualsiasi altra parte”. E la strada è senza dubbio una per il presidente degli allenatori: la cultura, la conoscenza degli eventi: “Il ragazzo di seconda categoria che a Marzabotto esultò con il saluto fascista? Doveva essere condannato a studiare, a leggere i libri di storia. Una condanna durissima per uno che evidentemente non la conosceva”.

Una condanna che il tecnico renderebbe invece più severa per quanto riguarda il mondo politico quando si affrontano temi come il 25 aprile: “Per un politico o un ministro quella della liberazione è una festa che deve rispettare, perchè ha giurato sulla Costituzione. L'uso di Bella Ciao? Credo non faccia paura. A qualcuno garberebbe cantarla, ma secondo me si vergogna un po'. A Salvini ad esempio non può non piacere. Pensate che fu la mia scelta musicale come ospite di Gigi Marzullo...”.

E' stato ricordato poi il tifoso spallino Federico Aldrovandi, per la cui morte sono stati condannati quattro poliziotti. Uno spunto per ricordare che “ci vuole rispetto per le forze dell'ordine, sento troppe volte anche negli stadi un discorso di accanimento generalizzato nei loro confronti. Se il volto di Aldrovandi non è stato accettato negli stadi sulle bandiere però forse c'è anche paura di un errore commesso”.

Concetti chiari per un uomo definito e autodefinitosi “grezzo” nel corso della sua carriera, tanto da meritarsi il soprannome de “il toscanaccio”. Uno che anche coi propri presidenti non ha mai celato i propri ideali, tanto da andare spesso in contrasto con alcune decisioni prese dalla società, come quella volta in cui rifiutò il silenzio stampa: “Io il silenzio stampa non lo faccio perchè voglio rispettare chi ha lottato per il diritto di parola”.

La domanda cruciale è però arrivata alla fine dell'oltre un'ora di incontro. Come fare per non perdere la memoria ed intercettare le nuove generazioni? “Ho sempre avuto un rapporto particolare coi miei giocatori, ho sempre cercato di far parlare tutti. Gli ultimi anni non mi trovavo a parlare con loro e per due anni ho pensato che non ci fosse più nulla nelle nuove generazioni. Poi mi sono reso conto di non essere più adeguato io, e se vai a scavare al loro interno c'è qualcosa da tirar fuori. Probabilmente abbiamo bisogno di persone che sappiano spiegare che c'è la possibilità di avere un mondo migliore, che si possa stare meglio stando insieme. Bisogna provarci perchè il terreno c'è ancora”.

Mattia Pastorino

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