Alla partenza, l'ambizione di tutti è l'azzurro e alimenta il business delle scuole calcio. In Italia ce ne sono oltre 7mila, un numero impressionante se paragonato alla realtà scolastica : quasi quante le scuole medie (le elementari sono 16mila). Le quote d'iscrizione variano da 300 a 900 euro e garantiscono ai gestori ricavi a molti zeri. Ogni anno iniziano a giocare 300mila ragazzini. Sogni che poi si infrangono sul muro della realtà. " E' del tutto legittimo sperare, ma i giovani vanno anche protetti" dice qualcuno. I bambini, come è naturale attenderselo, fanno sogni di cuoio. Guardano il pallone come una sfera di cristallo, ci leggono un futuro da star, una maglia importante, una fascia sul braccio, uno stadio in adorazione. Ma la realtà è spietata come un numero. C'è un esercito di minicalciatori con aspirazioni da grandi, migliaia di soldatini nelle categorie più piccole del pallone, quelle che hanno nomi da peluche, piccoli amici e pulcini. Solo uno su migliaia arriverà a esordire in A (si dice che uno su 5.000 esordisca in serie a precisando che è cosa ben diversa da diventare professionista), dove negli ultimi dieci anni hanno messo piede per la prima volta appena 689 ragazzi cresciuti nel vivaio e il trend è in calo (solo 36/40 l'anno). La regola è che quel manipolo di aspiranti eroi, con la maglia sempre un po' troppo larga, finirà a fare altro: meccanico, panettiere, impiegato, ragioniere. Sognando Beckham, come recitava il titolo di un noto film per adolescenti, ti ritrovi a lavorare al catasto. Realtà spesso piccole e disorganizzate, contribuiscono in maniera importante alla formazione e alla crescita dei bimbi. Ai ragazzi meno bravi però non bisogna bruciare i sogni, ma neppure alimentare false illusioni. Bisogna insegnare loro che nella vita c'è altro: lo studio, il lavoro, essere cittadini migliori. Hanno come riferimento la tv, i milioni di Balotelli. Giocano perché vogliono arrivare, sono sempre meno quelli che lo fanno per divertirsi. Invece il calcio è bello perché hai degli obiettivi condivisi con un gruppo di compagni, perché dà emozioni anche in Eccellenza, in Promozione, la domenica con gli amici. È legittimo sognare, ma come dicevamo i ragazzi vanno protetti. Prima di tutto da coloro che invece cercano il riscatto della loro vita attraverso i bambini. Poi dai personaggi che sempre più spesso s'aggirano per i campi: qui tutti sono procuratori o agenti Fifa, tutti avvicinano i genitori, tutti fanno i talent scout. Le accademie si dividono su tre livelli qualitativi. Il 73% sono centri di base. Per avere lo status di scuola calcio "riconosciuta" servono tecnici qualificati, un medico, strutture adeguate (24% del totale). Più in alto ancora ci sono le scuole calcio "specializzate" (232, il 3%): hanno convenzioni con istituti scolastici e uno psicologo che incontra genitori, istruttori, dirigenti. La difficoltà maggiore per le società è gestire i genitori. Finché i bambini hanno 8-9 anni, tutto tranquillo. Un altro è quello dell'offerta didattica. Per diventare istruttori in Italia, bastano la terza media, un corso di 80 ore, una tesina e un test finale.Fortunatamente la maggioranza dei tecnici in Italia (15mila su 20mila) ha un patentino Uefa B, utile anche per allenare in serie D. L'Assoallenatori ha istituito corsi specifici Uefa C per i vivai rendendoli obbligatori: i grandi tecnici, insomma, dovrebbero prima imparare a lavorare con i ragazzi. Gli psicologi osservano in partita il comportamento degli istruttori e ne compilano un'analisi, ad esempio valutano se dopo l'errore di un bambino il tecnico dà istruzioni, rimprovera, incoraggia, ignora, oppure con quanti ragazzi si ferma a dare spiegazioni. Dai primi calci alla squadra vera la strada è un imbuto. Nella fascia 11-12 anni, categoria Esordienti, giocano circa 150mila tesserati, il 26% della popolazione maschile in questa fascia d'età. Nel campionato Allievi, 16 anni, ne restano 70mila, meno della metà. Scrematura lenta e inesorabile. Del gruppone partito con l'iscrizione ad una scuola calcio e tante speranze, tre su quattro si arrendono molto prima dell'adolescenza. Da bambini è facile trovare una maglia e un po' di spazio: basta pagare. Quando il gioco si fa serio, restano i più bravi. Mino Favini, ex responsabile del settore giovanile dell'Atalanta, lavora sui ragazzi da quasi 40 anni: "Quello della Dea Bergamasca è stato un caso particolare, visto che siamo riusciti ad averne in prima squadra sette che vi erano arrivati da bimbi. Ma nel complesso la selezione è durissima. Prima di tutto ci vuole un po' di talento, e quello non si insegna. Poi, c'è un percorso di formazione complesso: la crescita fisica la decide il Padreterno, quella atletica, tecnica e tattica, cioè la definizione del ruolo, dipende dal lavoro negli anni. Infine c'è il carattere: bisogna dimostrare di avere intensità agonistica, spirito di sacrificio, capacità di stare nel gruppo. Solo chi soddisfa tutti i requisiti ce la fa. Rispetto a dieci o vent'anni fa, i ragazzi hanno più distrazioni, faticano a concentrarsi sull'obiettivo, vogliono il successo facile. E poi ci sono elementi di disturbo, che vanno dai sedicenti procuratori alle pressioni di natura familiare. E infinenel calcio del Duemila, muscoli e centimetri vengono preferiti alla qualità. L'ex presidente del settore tecnico, Gianni Rivera, aveva giustamente ricordato :"l'errore dei vivai è selezionare i giocatori solo sul fisico, bisogna riscoprire la tecnica". Curiosamente, la stragrande maggioranza dei giocatori italiani è nata nel primo semestre dell'anno, dato evocativo di pericolosi criteri di selezione, all'interno di una classe, basata sulla maturazione fisica. Ormai la scelta dei ragazzi si fa solo sull'altezza e la corporatura, io penso che bisogna riportare l'attenzione sul talento, sulla capacità naturale di toccare la palla, che si scopre da bambini. C'è infine il limbo di quelli che ottengono un contratto da professionista, ma non girano in Ferrari. Su 13mila calciatori, nove su dieci non dichiarano più di 35mila euro lordi all'anno e 2.547 sono sotto i 5mila. Ci sono mestieri e paghe peggiori, per carità. Ma quelli almeno durano una vita.