Altri sport - 02 gennaio 2026, 10:30

Vitamina D: perché la carenza è così comune e come gestirla con sole e integratori

Guida essenziale al "regolatore ormonale" cruciale per il metabolismo del glucosio, il sistema immunitario e la salute ossea.

La vitamina D è spesso ridotta a “vitamina per le ossa”. In realtà funziona come un vero e proprio ormone, con effetti su muscoli, immunità, metabolismo del glucosio e regolazione genica. Molti tessuti dell’organismo possiedono recettori specifici (VDR), segno che non agisce in un solo distretto ma partecipa a numerose funzioni biologiche. Come spiegano gli esperti della farmacia online Farmamia.net, questa vitamina è importante, ma non “miracolosa”: la sua azione è modulante, non curativa. Conosciamola più da vicino.

Cos’è davvero la vitamina D e perché agisce come un “ormone”

Una parte deriva dagli alimenti, ma la quota predominante proviene dalla sintesi cutanea. I raggi UVB trasformano il 7-deidrocolesterolo della pelle in vitamina D3 (colecalciferolo). Questa viene trasportata al fegato e convertita nella forma circolante 25-idrossivitamina D [25(OH)D], detta calcidiolo. Nei reni e in altri tessuti il calcidiolo diventa 1,25-diidrossivitamina D, o calcitriolo, la forma attiva.

Il calcitriolo agisce come un ormone: si lega ai recettori VDR, forma un complesso che regola l’espressione di numerosi geni. Gli effetti sono sia genomici sia non genomici (rapidi). Il fatto che i recettori siano presenti in intestino, osso, rene, pancreas, tessuto adiposo, sistema immunitario e cervello suggerisce che il suo ruolo va ben oltre l’apparato scheletrico. Non è quindi corretto ridurla a semplice micronutriente: è un regolatore ormonale.

Come influenza il metabolismo: dal calcio al sistema immunitario

La vitamina D regola l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo e contribuisce a mantenere livelli plasmatici adeguati, indispensabili per contrazione muscolare, trasmissione nervosa e mineralizzazione ossea. Non serve solo a “costruire osso”: partecipa al rimodellamento e contribuisce a prevenire condizioni come rachitismo e osteomalacia.

Nel metabolismo glucidico svolge un ruolo meno noto. Nel pancreas sono presenti VDR ed enzimi che producono la forma attiva localmente. Le evidenze indicano che la vitamina D modula la secrezione insulinica e la sensibilità all’insulina, probabilmente anche tramite il controllo del calcio nelle cellule beta. Livelli più elevati di 25(OH)D si associano a minore resistenza insulinica, pur senza dimostrare causalità diretta.

Interagisce anche con il sistema immunitario. Modula l’immunità innata e adattativa, riducendo le citochine pro-infiammatorie e favorendo un profilo antinfiammatorio. Questo meccanismo ha ricadute metaboliche, perché l’infiammazione cronica contribuisce allo sviluppo di obesità e insulino-resistenza. Non significa che la vitamina D “cura” queste condizioni, ma che ne influenza alcuni meccanismi.

Dove la troviamo? Sole, alimentazione e supplementi

Il 90–95% della vitamina D proviene dalla sintesi cutanea. Tuttavia la produzione varia enormemente: latitudine, stagione, pigmentazione, età, abbigliamento, inquinamento e uso di creme solari riducono fortemente la sintesi. La frase “basta il sole” non regge: due persone nello stesso luogo possono produrre quantità molto diverse.

Le fonti alimentari naturali più ricche sono pesci grassi (salmone, sgombro, aringa), fegato e tuorlo d’uovo. Altri alimenti, come latte, bevande vegetali e cereali, vengono fortificati. L’assunzione media in Italia è bassa, attorno a 300 UI al giorno, insufficiente da sola a mantenere livelli ottimali in persone che si espongono poco alla luce.

Quando alimentazione e sole non bastano, si considerano supplementi. Le forme principali sono D3 (colecalciferolo) e D2 (ergocalciferolo); la D3 è in genere più efficace. Le dosi comunemente utilizzate negli adulti a rischio vanno da 800 a 2000 UI al giorno. Non si parla di “dosi alte”, ma di valori moderati e ben studiati.

Perché oggi la carenza è così diffusa

Nonostante l’abbondante sole in molte regioni, la carenza è estremamente comune. Gli stili di vita indoor, l’uso prolungato di computer e smartphone, l’inquinamento atmosferico e gli abiti coprenti limitano drasticamente la sintesi cutanea. La dieta moderna, povera di pesce e con pochi alimenti fortificati, contribuisce ulteriormente. L’obesità gioca un ruolo specifico: la vitamina D liposolubile si “diluisce” nel tessuto adiposo, risultando meno disponibile.

L’età avanzata riduce la capacità della pelle di produrre vitamina D. Globalmente, oltre metà della popolazione presenta livelli insufficienti; in alcune aree estremamente soleggiate le prevalenze superano il 70–90%, dimostrando che sole e sufficienza non coincidono necessariamente.

Cosa dicono gli studi su salute metabolica

Molti studi osservazionali riportano un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore incidenza di diabete di tipo 2, obesità e sindrome metabolica. Tuttavia, l’associazione non implica causalità. Chi ha carenza potrebbe avere altri comportamenti o condizioni che contribuiscono al rischio.

I trial di intervento con supplementazione mostrano risultati meno marcati. Alcune metanalisi evidenziano piccoli miglioramenti nella secrezione insulinica e nei parametri glicemici, ma non risultati uniformi né risolutivi. La vitamina D appare come modulatore, non come terapia principale.

Inoltre, molte persone con diabete presentano carenze multiple (magnesio, vitamina B12, ferro). Pensare alla vitamina D come unico “colpevole” sarebbe riduttivo. Una visione integrata è più realistica: la vitamina D contribuisce alla salute metabolica in un quadro complesso che comprende dieta, attività fisica, peso e genetica.

Quando testarla e cosa significano i valori

Il marker da misurare è la 25(OH)D. Valori inferiori a 20 ng/mL indicano carenza; tra 20 e 30 ng/mL si parla di insufficienza; oltre 30 ng/mL vengono spesso considerati adeguati per la salute ossea. Valori superiori a 45 ng/mL, mantenuti a lungo, possono aumentare il rischio di effetti avversi.

Non serve uno screening di massa. Il test è consigliato a persone con sospetti disturbi ossei o metabolici, osteomalacia, iperparatiroidismo o condizioni che aumentano il rischio di carenza. Negli altri casi, la valutazione clinica è spesso sufficiente.

Supplementazione: sicurezza, dosi, a chi serve davvero

Le dosi giornaliere raccomandate sono di 600–800 UI per gli adulti; nei soggetti a rischio si usano 800–2000 UI. In gravidanza, dopo i 75 anni, nei bambini e negli adolescenti e in alcuni adulti con prediabete l’integrazione moderata è spesso indicata.

L’eccesso, però, è un rischio reale: alti dosaggi cronici possono portare a ipercalcemia, calcificazioni e danno renale. Il principio “più è meglio” è fuorviante; protocolli con dosi elevate richiedono controllo medico.

In sintesi: la vitamina D è un regolatore ormonale con effetti su osso, muscoli, metabolismo e immunità. È importante, ma non è una panacea e non sostituisce uno stile di vita sano. Le evidenze mostrano un ruolo modulante; gli studi sono promettenti ma non definitivi. Usarla con criterio, senza entusiasmo indiscriminato, è la scelta più razionale.