Non è una lettera di sfogo né un atto d’accusa, ma una riflessione profonda che nasce da una vita vissuta all’interno dell’Associazione Italiana Arbitri. E' quella di Rodolfo Mirri, ora sindaco di Carcare ed ex assistente nell’organico della CAN di Serie A e B, dopo la notizia della squalifica di 13 mesi inflitta al presidente dell’AIA, Antonio Zappi.
Un fatto che diventa occasione per andare oltre i singoli nomi e le vicende disciplinari, per interrogarsi su un tema più ampio e delicato: il metodo con cui vengono accompagnati, valutati e talvolta fermati gli arbitri nel loro percorso. Al centro del suo intervento non c’è la contestazione delle scelte tecniche, ma il peso umano delle aspettative alimentate e delle speranze coltivate fino all’ultimo, spesso in silenzio.
"Scrivo queste righe con rispetto, ma anche con un’amarezza che faccio fatica a nascondere.
Non parlo da osservatore esterno, né da chi ha conosciuto l’AIA per sentito dire. Parlo da chi ne ha fatto parte fino ai 45 anni, uscito solo per limiti di età, dopo una vita di sacrifici, passione e senso di appartenenza.
Oggi apprendo dalle notizie giornalistiche della sanzione inflitta al Presidente dell’AIA Zappi squalificato per 13 mesi: Lo scorso 15 dicembre era stato deferito per aver indotto gli ex responsabili della Can C e della Can D, Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, a rassegnare le dimissioni dai rispettivi incarichi.
Una notizia che non riesco a vivere né con soddisfazione né con rammarico, ma piuttosto come la conferma di un disagio che molti hanno percepito negli anni, spesso in silenzio. Vorrei però andare oltre i nomi e le vicende giudiziarie, per parlare di metodo. Perché è il metodo, prima ancora delle decisioni, a segnare le persone.
Mi chiedo – e lo chiedo pubblicamente – se sia giusto accompagnare un arbitro fino all’ultima partita, facendogli credere che il suo percorso sia ancora aperto, quando forse già mesi prima si era deciso diversamente. Un arbitro al quinto anno di CAN D, ancora in piena corsa in classifica, con numeri che lasciavano spazio alla speranza, visionato fino all’ultimo, per poi essere fermato all’epilogo della stagione (ultima partita 17 aprile 2025).
Non discuto la valutazione tecnica. Nell’arbitraggio si viene promossi e si viene fermati: fa parte del gioco e della crescita. Quello che fatico ad accettare è l’illusione. Dire a un ragazzo a dicembre che il suo percorso è finito è doloroso, ma è onesto. Portarlo fino a giugno, tra sacrifici, viaggi, aspettative e silenzi, per poi chiudere tutto all’ultima gara, lascia invece ferite più profonde, perché tocca la fiducia.
L’AIA è sempre stata una scuola di valori: rispetto, trasparenza, lealtà. Ed è proprio per questo che fa più male quando questi valori sembrano smarrirsi nella gestione delle persone.
Scrivo queste righe non per accusare, ma per ricordare che dietro ogni arbitro c’è una vita, una famiglia, una speranza coltivata con fatica. Chi ha responsabilità tecniche e dirigenziali dovrebbe sempre tenerlo a mente.
Resto legato all’AIA, nonostante tutto. Ma l’amore vero non è cieco: è quello che ha il coraggio di dire ciò che non va, con dignità, perché l’Associazione possa tornare a essere, per tutti, una casa giusta.
Con rispetto, un ex Assistente della CAN A/B della Associazione Italiana Arbitri".





