Calcio - 04 maggio 2026, 11:06

Le lettere alla redazione | “Vieni domani alle sette”: così il Legino ti faceva sentire uno di famiglia

La lettera aperta di Giorgio Remuzzi, ex giocatore verdeblu, al club e alla famiglia Tobia

Le lettere alla redazione | “Vieni domani alle sette”: così il Legino ti faceva sentire uno di famiglia

Per molti studenti lo sport rappresenta uno strumento fondamentale di integrazione in un nuovo contesto, soprattutto quando, per la prima volta,  bisogna staccarsi dagli affetti più cari.

È stato così anche per Giorgio Remuzzi, ex attaccante bergamasco del Legino, sbarcato al Ruffinengo ormai una decina di anni fa.

Un legame breve ma decisamente intenso quello con tutto l'ambiente verdeblu, come emerge chiaramente dalla lettera aperta inviata alla nostra redazione.

"Mi sono trasferito in Liguria per fare l’università perché pensavo che fosse un posto accogliente, abituato a ricevere persone da tutte le parti del mondo, da parecchi secoli. 
Lì ho trovato il Legino.

Quando a vent’anni vai a vivere lontano da casa per studiare, se hai sempre giocato a calcio speri solo di trovare qualcuno che ti dia la possibilità di continuare a farlo. Io ero arrivato a Savona quasi per caso: volevo fare l’università a Genova e solo dopo aver superato il test d’ingresso scoprii che la maggior parte delle lezioni di Scienze Motorie si teneva al Campus di Savona, così decisi di stare lì in pianta stabile invece che a Genova.

Una sera di inizio autunno, dopo lezione, decisi di andare a dare un’occhiata a quel campo che vedevo appena fuori dall’autostrada, dopo la rotonda e dietro il benzinaio. Abitando vicino al campus mi era comodo, e uscendo dall’autostrada l’avevo visto parecchie volte.

Arrivato al centro sportivo trovai il campo pieno di squadre giovanili, divise ordinatamente nei vari spazi, ognuna con le proprie esercitazioni. Si capiva subito che quella società era seria e che per me, arrivando da una terza categoria bergamasca, non sarebbe stato facile trovare un posto in prima squadra. Anche se ancora non sapevo che squadra fosse e in che categoria giocasse, ma era abbastanza chiaro che quella società non giocava in Terza Categoria.

Lasciai la macchina nel parcheggio e, lasciandomi il bar sulla destra, salii verso gli spogliatoi e l’ufficio dei dirigenti cercando qualcuno con cui parlare. Mi trovai davanti un ragazzotto di una quarantina d’anni, chiaramente giocatore o ex giocatore fresco di ritiro.

Nelle presentazioni mi disse di essere l’allenatore della prima squadra. Non potevo trovare persona migliore. Gli spiegai chi ero, cosa ci facevo lì, e gli chiesi se per caso si potesse fare una prova con la prima squadra. Lui, con un gran sorriso, mi disse di tornare il giorno dopo alle sette, con le scarpe da calcio. Non mi chiese dove giocavo, che categoria facessi, quanti anni avessi o che ruolo occupassi in campo. Mi disse solo di portare le scarpe il giorno dopo. Prima di salutarci fui io a chiedergli in che categoria giocasse la squadra: Promozione.

L’allenamento del giorno dopo non lo dimenticherò mai. Arrivai alle 18:45 e la squadra era già tutta nello spogliatoio numero 4, con la porta chiusa. Decisi di aspettare fuori, dalle urla che arrivavano si capiva abbastanza bene che la partita della domenica non era andata benissimo.
L’ora e mezza che seguì fu forse la più divertente che abbia mai passato su un campo da calcio. Facemmo delle partite a campo ridotto e giocai talmente bene che tornai il giorno dopo, e poi quello dopo ancora, e così via.

Quella stagione la continuai così: mi allenavo in settimana con il Legino e il venerdì tornavo a Bergamo per allenarmi con la Polisportiva Bergamo Alta, così da essere pronto per giocare la domenica. A giugno quella stagione si concluse con la promozione della Polisportiva Bergamo Alta in Seconda Categoria, e per me arrivò l’offerta di giocare l’anno successivo con la maglia del Legino.

La stagione 2015-2016 fu un’annata straordinaria. In quella squadra c’erano persone, prima che giocatori, fortissime, che avrebbero poi fatto la storia vincendo la Coppa Italia Promozione: oltre alla coppia di mister Fabio Tobia e Tonino Caprio, coordinati perfettamente dal Presidente Carella e aiutati dai dirigenti Mino Damonte, Simone Ravera e Ferdi Paonessa; la squadra era composta da Davide Capello, Roberto Semperboni, Andrea Rinaldi, Riccardo Morielli, Michele “Ciccio” Romeo e molti altri. Non riuscimmo a raggiungere i playoff per andare in Eccellenza solamente per la forbice e per un maledetto punto. In una partita secca quella squadra poteva vincere contro chiunque, soprattutto in casa, con la porta che dà verso il mare. Quando attaccavamo in quella porta mi sembrava sempre che il campo fosse in discesa.

Come diceva spesso Fabio Tobia, una stagione a Legino vale come dieci da altre parti. In quell’annata, poi, ci successe davvero di tutto. Io non giocavo molto, ma ogni volta che venivo chiamato in causa era impossibile non dare tutto per quella maglia. Sicuramente non ho mai corso così tanto, anche grazie alle urla di Fabio.

Ma oltre a tutto ciò che mi ha insegnato Fabio Tobia come allenatore, il Legino non era solo una squadra. Era una famiglia che vedevi ogni giorno al centro sportivo e nella loro osteria. Il nonno Gianni, la nonna Pina, la moglie Sara e i promettentissimi Nicolò e Alessio. Li trovavi lì in settimana e la domenica, sempre presenti al Ruffinengo, e a un certo punto smettevi di sentirti quello arrivato da fuori. Dopo due allenamenti e due cene alla loro osteria, smettevi subito di essere l’ultimo arrivato e diventavi uno del Legino.

Quel legame che si era venuto a creare in campo era naturale portarlo anche fuori e passando così tanto tempo insieme nello stesso posto, lavorando tutti per raggiungere un obiettivo comune, con un martello come Fabio Tobia, quella roba, se la vivi così intensamente come lo facevamo noi, ti resta dentro per sempre. Ogni anno ci si ritrova ancora a Bardolino, alla festa dell’uva e del vino, l’unico appuntamento per cui una partita del Legino poteva essere spostata o anticipata.

Si potrebbe riassumere l’essenza del Legino con l’inno “Grazie Leze”: una rivisitazione di “Grazie Roma” di Antonello Venditti, ma ogni strofa sembrava scritta per quella squadra:

“Che ci fa sentire amici, anche se non ci conosciamo”.
“Che me fa sentì ‘mportante anche se nun conto niente”.
A Legino succedeva esattamente questo: ti sentivi dentro qualcosa anche se eri appena arrivato. Ti sentivi importante anche se, calcisticamente parlando, non contavi niente.

Pur non abitando più né in Liguria né a Savona, in questi giorni mi è arrivata la notizia che l’USD Legino, per come la conosciamo, non esisterà più. Ed è una notizia triste non solo per il campionato o per il discorso sportivo, ma perché quando perdi una realtà così perdi anche un pezzo di comunità locale, legata anche all’università. Perdi un posto in cui un ragazzo può arrivare da fuori, con una borsa, due scarpe e la voglia di giocare, senza dover spiegare troppo chi è. Perdi una realtà in cui chiunque può essere accolto senza troppe domande, come Fabio fece con me quel pomeriggio. E come me so che, nella storia di quella società, ce ne sono stati tanti altri.

E allora l’unica cosa che mi auguro, e che auguro alla città di Savona, è che il prossimo ragazzo che arrivera al Ruffinengo chiedendo di giocare trovi qualcuno che gli sorrida e dica: “Vieni domani alle sette, porta le scarpe”. Perché a vent’anni non stai solo cercando una squadra, ma stai cercando un posto dove stare e delle persone che ti accolgano come farebbero a casa tua.

Io ho avuto la fortuna di trovare tutto questo allo stadio Ruffinengo, grazie al Legino e alla famiglia Tobia.

E quel posto lì, per chi come me l’ha vissuto, rimarrà per sempre casa del Legino e della famiglia Tobia, al di là della squadra che ci sarà in campo.

Grazie Leze".


 

redazione

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