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Calcio | 25 novembre 2014, 10:45

Calcio, settore giovanile. Parla Mino Favini: "Come educare attraverso il calcio"

Continua la rubrica "Iniziative virtuose" con il guru del settore giovanile dell'Atalanta

Calcio, settore giovanile. Parla Mino Favini: "Come educare attraverso il calcio"

Il 7 di ottobre è venuta a mancare dopo lunga malattia la signora Paola Gennari, moglie del responsabile del settore giovanile Mino Favini , una triste scomparsa che ha scosso tutto l'ambiente come si può  legge consultando i siti ufficiali calcistici , tra cui quello del club di Zingonia, del Milan e della Lega di Serie A . Il Presidente Antonio Percassi, i dirigenti, l’allenatore, la prima squadra, i tecnici e i ragazzi della "Dea Bergamasca"  si sono stretti affettuosamente al grande Mino in un momento così pregno di dolore. Anche noi abbiamo voluto partecipare al lutto di questo inimitabile maestro di calcio e di vita, con un'iniziativa, che consiste nel celebrarlo come merita, standogli vicino facendogli sentire tutta la nostra stima ed affetto. Del resto crediamo che sia praticamente quasi impossibile trovare in Italia uno come Mino Favini, 78 anni compiuti, uno che da quaranta cura la crescita di pulcini che proveranno a volare fino alla Primavera, per poi tentare quel grande salto da "uno su un milione ce la fa" nella massima serie. La seconda casa di mastro Mino si trova a 96 km, "tra andata e ritorno in auto, tutti i giorni", dalla sua residenza di Meda: è il Centro Bortolotti di Zingonia, il campo-base dell'Atalanta e del suo florido vivaio: la prima cantera italiana, l'ottava in Europa, secondo Sportintelligence. Questa è un'intervista fatta a Favini, dal quotidiamo "Avvenire" nella quale Mino ha ripercorso la sua lunga storia di mister che sussurra ai talenti, già dal 1970: 

"La vocazione per il  calcio giovanile è arrivata presto, quando giocavo mezzala nel Brescia e lì incontrai Karl Neski. Un maestro della tecnica, l'austriaco, che amava ripetere: vale più un primo controllo del pallone fatto bene che cento metri corsi in 10 secondi. È diventato anche il mio primo comandamento. La prima scelta va fatta sempre sull'attitudine tecnica dell'allievo. Ai miei istruttori ricordo spesso: attenzione, quando vedete il ragazzino che fa il "venessian", cioè quello che in partita cerca di continuo il possesso palla, siete di fronte al primo segno di riconoscimento del talento. Ma la bravura da sola non basta, occorre tanta applicazione e sacrificio costante". 

La memoria lo riporta alla sua infanzia: 

"Da piccolo, mi bastava un muro per esercitarmi: per 1000 colpi di testa senza mai far cadere il pallone in terra impiegavo 16 minuti. Testa-palla, petto-palla, coscia-palla, piede-palla, più vivacità, entusiasmo e volontà: sono gli ingredienti dell'eterna ricetta per far crescere bene i nostri ragazzi". 
E di campioni del domani ne ha tirati su in quantità industriale. Ad iniziare dal biennio 1962-'64, al Como :
"Otto di quei ragazzi che oggi vanno per i cinquanta (i vari Fusi, Galia, Invernizzi, ecc...), debuttarono in prima squadra con il Como, in Serie A. Tra loro c'era Stefano Borgonovo che quando potevo andavo a Giussano a trovarlo". 
Si commuove Favini pensando al "suo ragazzo" che non è riuscito a superare la partita più dura, che ha dovuto affrontare, quella contro Sla (Sclerosi laterale amiotrofica). Poi riprende così: 
"Prima avevamo lanciato due gioielli del '59, Vierchowod e Matteoli, un secondo figlio per me". Vent'anni dorati sul Lago di Como, fino alla chiamata nel 1990 di Franco Previtali a Zingonia, per creare la grande cantera nerazzurra:
"Quando sono arrivato all'Atalanta c'era un progetto avviato, il mio compito è stato quello di migliorare quanto di buono avevano già messo in piedi". 
Favini passa in rassegna le squadre giovanili del suo secondo fantastico ventennio, come farebbe un enologo con le annate migliori del vino e la degustazione cade sull'altro biennio magico delle premiate classi 1974-76:
"La formazione con Morfeo, Tacchinardi e Locatelli. Tre ragazzi che fecero la fortuna di Prandelli che ha cominciato qui con noi. Gli dissi: Cesare, prendi gli Allievi quest'anno che poi il prossimo ti faranno vincere e divertire con la Primavera. Risultato: scudetto con gli Allievi e l'anno dopo campioni d'Italia Primavera e 1° posto al Torneo di Viareggio".

Consigli preziosi per Prandelli che da Zingonia sarebbe arrivato alla guida della Nazionale, tenendo sempre a mente i valori condivisi con "mastro" Mino: lo spirito oratoriale del calcio, l'educazione e la formazione culturale dei giovani. Assiomi che si possono comprendere passando in rassegna le relazioni semestrali redatte dalla psicopedagogista, dott.ssa Lucia Castelli. Sono le pagelle lette e analizzate anche da Favini e da don Fausto Resmini, direttore della Casa del Giovane di Bergamo dove alloggiano i 20 ragazzi "fuori-sede" dell'Atalanta. "Valutiamo, con voti dall'1 al 5, aspetti fondamentali del profilo caratteriale dei ragazzi, dal "si alza in orario al mattino", al "ha un buon profilo scolastico". Mi arrabbio sempre quando nelle pagelle di scuola trovo delle insufficienze. Li educhiamo a tenere il doppio passo, scuola e campo, ma il compito più difficile è diventato educare i genitori. Molti di loro se ne infischiano se il figlio va male a scuola, l'importante è che giochi, che arrivi in alto e che guadagni tanti soldi con il calcio. Non hanno capito invece che dobbiamo investire sempre di più sulla formazione culturale di questi ragazzi". 

L'Atalanta per il suo settore giovanile, una dozzina di squadre, oltre 200 giovani tesserati, investe 3,5 milioni di euro l'anno ("la maggior parte se ne va in trasporti; abbiamo un pullman e dieci pullmini"), poco meno delle tre "grandi sorelle": Milan, Juye e Inter. Anche così si spiegano gli 11 titoli nazionali, tra scudetti e Coppa Italia. 
"Le squadre migliori a livello giovanile non sono quelle che vincono di più, ma quelle in cui hai dato un'impronta tale che consentirà alla maggior parte del gruppo di arrivare al professionismo". 
E da questo punto di vista Favini può dirsi il maggior vincente. Pensa "ai 18 italiani e appena 2 stranieri della rosa della Primavera" e alla gemma scoperta a Goteborg in Svezia: "Joakim Olausson, del '95, gioca a tutto campo. Ne riparliamo tra qualche tempo...". Ed è raggiante quando vede sbucare dagli spogliatoi "Jack" Bonaventura, classe 1989, ex titolare irremovibile nell'Atalanta di Colantuono, ora al Milan che viene a fargli gli auguri di buon Natale. 
Questo è il frutto di quanto ha saputo seminare, il riconoscimento per la serità e la passione messa a disposizione delle giovanilli orobiche. 
Ma il compito più difficile, per Favini, resta sempre quello  di educare i genitori.

Interrogato sui suoi prossimi progetti controbatte da par suo:

"Il dono che vorrei? Trovare sempre il coraggio di cambiare. E poi, poter smettere il più tardi possibile di accompagnare questi miei amati ragazzi verso un futuro migliore". 
Quando gli viene chiesto quanto conti la tecnica nell'insegnamento del gioco del calcio risponde:
“Insistete sulla tecnica, perfezionatela sempre: questo è il mio monìto, un vero e proprio marchio di fabbrica . E' fondamentale. Anni fa, per farvi un esempio, le nostre squadre giovanili italiane contro quelle Svizzere vincevano sempre 5 o 6 a zero. Adesso è il contrario. Significa che abbiamo sbagliato qualcosa, non abbiamo lavorato abbastanza sulla tecnica. Poi, da qualche anno, è fondamentale il carattere. Oggi se uno ha due piedi deliziosi ma non ha carattere, non diventerà un giocatore vero. Io ne ho un paio nei Giovanissimi che sono così, e so già che non diventeranno veri giocatori"

Sentite come ha risposto alla seguente domanda : Favini, il segreto del suo successo è proprio la sua smisurata passione per il lavoro che fa?

"L’entusiasmo, la passione, la voglia sono gli stessi di quando sono arrivato qui oltre venti anni fa. E se non ci fossero, sarebbe difficile poter fare un buon lavoro. Penso che il mio segreto sia proprio la passione che mi ha sempre accompagnato, al di là dell’impegno che bisogna mettere per forza.

 Favini, passano gli anni ma la sua passione è sempre quella del primo giorno.

“Sono arrivato alla fine del 1990, praticamente si può dire che ho iniziato a lavorare per l'Atalanta nel 1991. Sono tanti anni, sono passati anche in fretta. L'entusiasmo è quello di sempre: se sto a casa un giorno in più, divento nervoso quindi è meglio che venga sui campi a Zingonia”.

Si ricorda ancora quando la chiamò Percassi?
“E come potrei dimenticarmelo? Pensate che ero arrivato a Bergamo convinto di restare dov'ero, a Como dove stavo benissimo”.

Invece da 26 anni ormai fa la fortuna dell'Atalanta.
“E' successo che Percassi in dieci minuti mi ha fatto cambiare opinione. Incredibile. Mi convinse per il progetto che aveva in testa, per l'entusiasmo, per l'interesse importante che aveva dimostrato per il settore giovanile. E quindi ero uscito dall'ufficio convinto di accettare la proposta. E il giorno dopo ero già a Bergamo. Ci eravamo visti nei suoi uffici in centro a Bergamo, c'era anche l'indimenticato Franco Previtali. Percassi era così convinto di quelli che erano i suoi progetti e le sue idee sul settore giovanile che mi colpì a tal punto da farmi cambiare idea. Quell'interesse particolare sul vivaio dimostrato e dichiarato da un presidente di società professionistiche mi aveva lasciato stupito e convinto”.

Eravamo agli inizi degli anni '90: a quei tempi investire sul vivaio sembrava un'utopia.
“Non erano tante le società che puntavano così sul settore giovanile. Io avevo ottenuto ottimi risultati al Como per cui pensavo di fermarmi ancora là perché le cose andavano a gonfie vele, però alla fine mi sono reso conto che è stato meglio che venissi qui. E sono qua ancora dopo ben 23 anni...”.

Lei sembra non essere cambiato da allora. E Percassi?
“Il presidente ha sempre lo stesso entusiasmo, la stessa voglia e la stessa attenzione per i giovani, anche se sono cambiate le situazioni in questi cicli di percorso. Io un tempo dicevo che i cicli generazionali cambiavano ogni 15 anni, adesso cambia tutto in 3-4 anni. Però l'entusiasmo del presidente mi sembra sempre uguale. Chiaramente è diventato più difficile l'approccio in quanto c'è stata l'invasione delle grandi società anche nella Bergamasca. Parlo di Milan e Inter, che una volta trascuravano addirittura anche il loro territorio. E noi a Milano avevamo pescato bene, basta pensare a Consigli, Brivio, Molina. Adesso è diventato più difficile perché vengono loro a pescare da noi, anche se stiamo cercando di correre ai ripari per far sì che il meglio di quel che nasce a Bergamo e nella Bergamasca resti all'Atalanta”.

Parlava di attenzione per il vivaio: lo dimostrano i recenti investimenti fatti anche per potenziare l'organigramma dirigenziale.
“Vero, gli ultimi interventi che riguardano le persone che devono condurre il settore giovanile sono importanti perché bisogna guardare avanti e bisogna a rigor di logica pensare anche che certi percorsi debbano finire e se ne debbano iniziare altri. E' chiaro che in questo momento ognuno si rifa a quello che è stato fatto, ma quello che è stato fatto è andato: ora bisogna pensare al futuro”.

Sempre però con la filosofia importata da Favini?
“Il mio spirito non cambia. Ed è diventato un marchio di fabbrica. Noi percorriamo un percorso lungo che nasce fin dalla scuola calcio, dall'Attività di Base che per tanti anni ha fatto capo al Maestro Bonifaccio con ottimi risultati e che ora sta facendo capo a Bonaccorso con risultati altrettanto buoni, ma è naturale che a questo si possano aggiungere altre opzioni importanti. Ecco perciò l'arrivo di persone come Maurizio Costanzi che si interessa di calcio a largo raggio: non guarda solo il territorio bergamasco, ma tutti i settori non solo d'Italia ma nel mondo”.

Certo che un tridente come quello dell'Atalanta formato da Favini, Finardi e Costanzi si può considerare da top team.
“Può darsi che il mio percorso stia finendo e ritengo giusto che la società si sia occupata di preoccuparsi di quello che è il futuro del settore giovanile. Io ufficialmente resto il responsabile del settore giovanile, ma è chiaro che non mi posso più occupare di tutti i problemi come succedeva qualche anno fa, e perciò sono state inserite persone importanti che hanno conoscenze e competenze. I problemi si sono moltiplicati e sono diventati notevoli. Di recente sono andato a rileggermi una mia intervista che avevo rilasciato al direttore dell'Eco di Bergamo Ettore Ongis 8-9 anni fa. E mi sono reso conto che è ancora attuale, perché le problematiche sulla crescita dei ragazzi sono purtroppo ancora le stesse. Anzi, è diventato tutto enormemente più difficile. E adesso capitano in anticipo, iniziano a riguardare anche i ragazzi di 9-10 anni. Per stare dietro a tutte queste problematiche c'è bisogno di più persone competenti”.

La sinergia al vertice del settore giovanile è evidente.
“Sono in costante contatto con Finardi e Costanzi: mi tengono informato di tutto quello che succede. Io naturalmente prediligo il campo piuttosto che la scrivania. Tra di noi si è creata una grande sinergia. Si è allargato il raggio delle persone che hanno conoscenza e competenza e che quindi possono preparare bene il futuro dell'Atalanta nel settore giovanile”.

Il vivaio da quali concetti deve sempre ripartire?
“Direi dai soliti concetti: io sono per una scelta attitudinale tecnica di base, nella selezione, però se oltre alle qualità e attitudini specifiche, c'è anche una situazione fisico-atletica che nel tempo può essere valida, tanto di guadagnato. Si completano i famosi 4 punti di riferimento: l'aspetto tecnico, fisico, atletico e tattico. Ma oltre a questi quattro concetti cardine, oggi sono indispensabili il carattere, la volontà, lo spirito di sacrificio e di gruppo, il sentire la maglia, l'appartenenza. Chi è dotato di queste qualità parte già con un vantaggio sugli altri”.

Anche quest'anno presentate tante squadre competitive e ricche di talento. Come sempre i maggiori riflettori sono puntati sulla Primavera, la squadra ammiraglia del settore giovanile.
“Abbiamo tenuto un gruppo abbastanza largo perché non avevamo certezze su alcuni ragazzi tra i più giovani. Io penso che possa rivelarsi una buona squadra, anche se magari occorrerà un po' di tempo, ma Valter Bonacina ha tutte le caratteristiche per assemblare un buon gruppo e ottenere anche buoni risultati. Che poi a lungo andare, il risultato che conta è uno solo: portare i ragazzi in prima squadra. E quest'anno ce ne sono parecchi: quello è il nostro scudetto. Ci penserà poi Colantuono a guidarli. Erano tutti ragazzi dotati di buone qualità, parlo soprattutto dei 92, dal portiere  Sportiello a Baselli a Molina, tutti ragazzi dello stesso gruppo dotati di buonissime qualità. Adesso è un punto di partenza importante: i ragazzi che sono qui devono capire che occorre fare ulteriori passi avanti per poter dire “forse sto arrivando”. Ma sono tutti sulla buona strada”.

Chi può dire di essere arrivato dopo aver fatto tutta la trafila nel vivaio è Gianpaolo Bellini, diventato il simbolo e la bandiera dell'Atalanta.
“Bellini (classe 80) è un esempio incredibile di quello che dovrebbe essere un ragazzo che proviene ed esce dal settore giovanile. Ha iniziato qui da bambino, ha fatto tutta la trafila, si è comportato in prima squadra come meglio non poteva fare, è ancora oggi un punto di riferimento per tutti i compagni per correttezza, intensità, applicazione, dedizione, attaccamento alla maglia. Punti di riferimento che fanno da traino a tutti. Io lo porto spesso come esempio ai miei ragazzi. A lui aggiungerei anche  Christian Raimondi (81), due ragazzi positivi sotto tutti gli aspetti”.

E sono un po' l'emblema del giocatore-modello che vuole crescere il vivaio dell'Atalanta: l'obiettivo è crescere calciatori che siano prima di tutto uomini.
“Una delle cose piacevoli che mi sento ripetere spesso ogni anno, visti i tanti ragazzi cresciuti da noi che militano in altri club, è che tutti fanno riferimento all'atteggiamento, al comportamento, anche all'educazione dei ragazzi cresciuti e nati calcisticamente qui. Mi fa enormemente piacere e va dato merito a tutti quelli che li hanno cresciuti, dall'Attività di Base in su. Perché tutti i ragazzi che vedete sono il frutto di un gran lavoro di squadra”.

A completamento del piacevole incontro, può suggerirci una formula vincente per fare bene con i giovani?

"Credo di dovervi riproporre la centralità delle tre regole d'oro che ritengo siano fondamentali per il calcio giovanile: 
lo spirito oratoriano, l'educazione e la formazione culturale

Ed infine : è vero che nonostante passino inesorabilmente gli anni, l’entusiasmo non deve mai mancare?

“C'è una cosa che ripeto costantemente da tempo e che ho già detto a tutti anche quest'anno: i ragazzi ritengono che sia più difficile parlare che ascoltare. No, è molto più difficile ascoltare. Chi sa ascoltare, impara e cresce più in fretta, si toglie i difetti e migliora più in fretta. Saper ascoltare è molto più importante che parlare”. 

Mino Favini non si stancherà mai di ripeterlo e non ci stancheremo mai di ascoltarlo. Perché ascoltare Mino Favini è ogni volta una lezione, non solo di calcio, ma di comportamento, di stile, di vita. Grazie alla felice e lungimirante intuizione di Antonio Percassi, è l'uomo d'oro dell'Atalanta, il segreto di un serbatoio che in quasi cinque lustri ha sfornato centinaia di calciatori, molti buoni, alcuni diventati eccellenti. 

Al mago Favini che sta gradatamente ritornando al suo posto e che sa che dovrà  superare la prova più' difficile della sua vita (la scomparsa dell'amata moglie Paola), inviamo di cuore i nostri più sentiti auspici affinchè possa trovare la forza di proseguire a creare  i migliori talenti del calcio nazionale.

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