Claudio Poddie, nome che oggi nel mondo Pirates non è più soltanto una presenza a roster, ma un’identità che si è costruita snap dopo snap, errore dopo errore, corsa dopo corsa.
Nato sportivamente come wide receiver, Claudio è uno di quei giocatori che non si accontentano di restare nella propria comfort zone. Le difficoltà iniziali, le mani, le tracce. Ma poi qualcosa cambia. Non per caso, non per necessità, ma per scelta, lavoro, fame.
Palestra e disciplina, studio del playbook. Ore e ore a capire gli schemi, a leggere il gioco, a confrontarsi con i coach, ma soprattutto con Giacomo “Jack” Querzola, tra i migliori runningback del panorama italiano e punto di riferimento, amico, nonché mentore. È anche attraverso quel rapporto che prende forma la trasformazione, da ricevitore a running back.
Una mutazione tecnica e mentale. Perché se da una parte servono mani educate, dall’altra serve qualcosa di più viscerale, istinto, resistenza, coraggio. Claudio quel passaggio decide di compierlo fino in fondo.
I risultati iniziano a vedersi. Due touchdown su corsa già in stagione. L’ultimo esplosivo, proprio domenica contro i Thunders Trento, prima portata della gara e oltre 35 yard, per gioire pacato in endzone. Un segnale chiaro, non è più un esperimento. È una realtà.
Claudio, come hai conosciuto l’universo football americano?
“Era un pomeriggio di noia a casa di amici dei miei genitori, in cui mi sono ritrovato a giocare a Madden 2009 su un Nintendo per puro caso. Non capivo nulla delle regole, però mi divertiva e mi era piaciuta una squadra con un corvo viola che da lì in poi avrebbe condizionato il mio umore per una ventina di domeniche l’anno. Ricordo che non sapevo le regole a tal punto che mi ero fatto l’idea che Joe Flacco fosse fortissimo perché aveva il pallone in ogni azione. Poi ho approfondito i Baltimore Ravens, iniziato a seguir i vari fans club, vissuto il Super Bowl contro San Francisco e così è nato l’amore per il football e i Ravens.”
Dai Ravens al Pirates field di Albisola Superiore, come sei passato dal televisore al gridiron?
“Ricordo che un giorno all’università sono finito a parlare di football con un altro aspirante architetto come il sottoscritto. Era il 2015 e stavo preparando credo Matematica 1. Sinceramente all’epoca mai avrei pensato di finire nel backfield insieme a Federico Burato. Era più facile sedersi vicini per cercare di passare qualche esame combinando le forze. Nel 2019 io cercavo di laurearmi e lui mi spiegava perché Lamar Jackson stesse cambiando il modo di giocare di un quarterback.
Guardavo l’NFL in tv, come sempre. Avevo ventisei anni e il pensiero ‘avrei voluto provare’ iniziava ad attecchire dentro di me, finché sebrava che a Genova volessero provare a fondare una squadra proprio sotto casa mia. Ne parlai con la community dei fans dei Ravens e ricevetti subito da tutti la stessa risposta: ‘ma tu sei sciocco, hai i pirati a due passi da casa e non vai a provare da loro?’ Sinceramente non pensavo di potermi mettere in gioco a un livello come il loro, avevo un sacco di dubbi sulla mia fisicità. Presi il telefono, chiamai Federico ‘Buby’ Burato, il quale di disse ‘esiste un solo modo per scoprirlo, vieni e provare’. Il caso vuole che tre giorni prima del mio primo allenamento ci fosse l’international game di Londra proprio con i Baltimore Ravens. Ho avuto la fortuna di incontrare Ray Lewis al pub una sera prima della partita. Abbiamo fatto due chiacchiere a riguardo e se te lo dice ‘il 52’ devi provare a metterti in gioco.”
Il tuo impatto con la IFL e il tuo primo campionato con i Pirates…
“Come vivere un sogno, niente di meno. Indossare una divisa che porta con sé un’identità, indossare il casco dei pirati, percorrere il tunnel prima della partita. Non dico che sia stato facile anzi, il più volte sono andato vicino al mollare, ma per la prima volta nella mia vita ho capito che ero davanti a qualcosa che volevo veramente, più di qualsiasi altra cosa e ho tenuto duro e ho stretto i denti. È un grosso problema a ventisette anni reinventarsi in uno sport e trovare spazio in mezzo a tanti giocatori di esperienza e livello.
Ammetto che a volte mi sono chiesto se avessi superato il confine con l’ossessione, ma è andata bene cosi!
Ricordo che il primo anno avevo l’ansia di fare qualche snap in scrimmage. È uno sport in cui un errore del singolo può condizionare l’esito di tutta l’azione. Per non parlare dell’anno in IFL in cui ricordo chiaramente di aver detto al mio amico Giacomo Querzola di sentirmi sotto esame ogni venerdi sera. ‘Jack’ mi rispose che era perché tenevo molto a fare bene, ma che alla fine non è tanto diverso dell’ andare a giocare a monopoli. Adesso mi arrabbio molto con me stesso se Coach Giuso non mette almeno venti minuti di Inside Run nel Practice Plan!
Mi sono trasformato prima di tutto mentalmente. Mi sono liberato di molte cose, e sono uscito dalla comfort zone. Ho imparato a vivere nell’imprevisto, nella fiducia delle persone che ho intorno e nell’idea che se le cose vanno bene non è sempre fortuna. Alcune cose te le meriti e le conquisti col duro lavoro, come le yard sul campo. Una volta capito questo penso che diventi un giocatore di football.”
Da widereceiver a runningback, il passo non è facile, come mai questa scelta?
“Ho iniziato come ricevitore essenzialmente perché pensavo che i runningback fossero dei matti da legare, ma li ho sempre ammirati per la dedizione. Sono sempre stato affascinato dal loro modo eroico di portare il pallone in silenzio, proteggere il quarterback a ogni costo e rialzarsi ogni volta come se nulla fosse. Il vecchio Claudio non sarebbe mai potuto essere un RB, ma evidentemente la vera versione di me portava già dentro quei valori ed era solo questione di tempo per togliersi la paura.
È successo per caso durante un Porro’s Trophy. Ho ‘rotto’ un paio di placcaggi e poche settimane dopo mi sono ritrovato a fare un ‘inside run’ per sostituire proprio ‘Jack’ Querzola e l’altro runningback Fabrizio Longato era indisposto. Mi ero allenato tutta l’estate per migliorare come WR e a fine allenamento sono scoppiato a piangere mentre parlavo con Luca Parodi, tight end dei Pirates, dicendogli che non sapevo perché fossi esploso così. Avevo fallito come WR oppire avevo appena trovato il mio spazio in questo sport. Per fortuna era la seconda! Conservo ancora con molta gelosia un messaggio di Coach ‘Mitch’ De Cunsolo che proprio quella sera mi scrisse; ‘sai che come RB non mi sei dispiaciuto affatto’.”
Claudio hai nominato tanti pirati, ma chi ti ha aiutato fino in fondo?
“Vuoi più bene a mamma o papà? A tutti e due chiaramente. Il contesto dei Pirates aiuta tutti e sicuramente ed è anche grazie alla capacità di Coach Giuso Delalba di raccogliere a sé grandi giocatori sia da un punto di vista atletico che umano. Sentirei profondamente ingiusto menzionare qualcuno senza menzionare tutti gli altri.
Ricordo che nel mio primo anno ancora Luca Parodi arrivava al campo a volte anche due ore prima dell’allenamento per insegnarmi a ricevere il pallone, ma è stato solo il primo esempio di come questa squadra accoglie i nuovi arrivati. Ovviamente c’è Giacomo Querzola, immancabile compagno che da subito ha dimostrato di incarnare i valori che ho sempre ammirato in un runningback e che mi ha trasmesso soprattutto nell’anno di IFL. Insieme a lui anche Fabrizio Longato. Con Querzola però ho avuto modo di stringere un bel legame anche fuori dal campo, tra partite a DragonBall sulla PlayStation, nottate passate a parlare e molto altro. Quando trovi un compagno di squadra e di vita che vede in te quello che tu stesso non riesci ancora a scoprire, hai quel ‘boost’ in più. Lotto contro me stesso ogni maledetta domenica, ma un’altra cosa che mi spinge a dare il massimo è l’idea di vederlo soddisfatto del lavoro che abbiamo fatto insieme.”
Il Poddie runningback quali obiettivi si propone di raggiungere?
“Riuscire a contribuire al progetto Pirates in modo impattante almeno quanto loro lo sono stati nella mia vita, senza dubbio. Che sia l’ispirare i ragazzi della giovanile o anche persone che magari, avanti con l’età vogliono mettersi in gioco e vedere che è possibile inseguire il sogno del football americano come ho avuto il privilegio di esperire io stesso. Sinceramente prima di questa stagione segnare dei touchdown era un sogno nel cassetto che non sapevo se si sarebbe mai avverato, ma ora che ho visto come si fa penso di voler contribuire anche in questo modo! A livello personale vorrei capire qual’ è il mio tratto distintivo, per cui cerco di lavorare sulla conoscenza del gioco e sviluppare una capacità tale da giocare con pazienza e intelligenza, che possono ‘compensare’ il fatto che io non sia propriamente Derrick Henry fisicamente. Siamo ancora lontani, ma mi piacerebbe un giorno riguardare i video e realizzare che sto aspettando pazientemente il momento giusto come Le’Veon Bell, dietro la nostra OL, penso sia questo il mio modo di vedere la posizione del runningback.”
Nel mondo dei Pirates, tra schemi, contatti e domeniche vissute al massimo, c’è anche questo: una storia di resilienza. La dimostrazione concreta che per amore del football si può cambiare, adattarsi, rimettersi in discussione.
Perché fare il wide receiver significa avere un dono: mani eleganti, precise, ordinate, ma reinventarsi running back è un’altra cosa. Significa correre, essere veloce di gambe e di pensiero decisionale.
Ma soprattutto avere il coraggio di gettare il cuore oltre la defensive line avversaria. Proprio come fa adesso Claudio Poddie.














