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Calcio | 21 aprile 2026, 07:21

De Rossi da Sanremo scuote il calcio italiano: “Per ripartire servono idee e persone competenti. La mia esperienza in D? Non è business”

All’Ariston l’ex capitano della Roma e presidente dell’Ostiamare parla del mondo dilettantistico, delle difficoltà del sistema e del futuro del calcio italiano: “Non basta dire che mancano gli stadi, dobbiamo ricostruire talenti e competenze”

De Rossi da Sanremo scuote il calcio italiano: “Per ripartire servono idee e persone competenti. La mia esperienza in D? Non è business”

Dal palco del Teatro Ariston di Sanremo, nel corso della serata conclusiva di Viva il Tour, Daniele De Rossi ha scelto di parlare di calcio guardando lontano dai riflettori della Serie A. L’ex campione del mondo, oggi presidente dell’Ostiamare, ha offerto una riflessione ampia sul sistema calcistico italiano, partendo proprio dall’esperienza diretta maturata nel mondo della Serie D.

Un intervento concreto, senza slogan, in cui De Rossi ha raccontato cosa significhi oggi confrontarsi con il calcio dilettantistico e semi-professionistico, molto distante dalla realtà dei grandi club. “Fare il presidente di una squadra di Serie D tutto è tranne che un business”, ha detto con chiarezza, sintetizzando in poche parole il senso di una categoria che vive spesso grazie a passione, sacrifici e investimenti non sempre sostenibili.

Le sue parole hanno acceso i riflettori su un universo raramente raccontato nei grandi dibattiti televisivi. Un calcio fatto di strutture limitate, risorse ridotte e organizzazioni che devono affrontare quotidianamente problemi economici e logistici. De Rossi ha descritto la differenza tra il vertice del sistema e le categorie inferiori con un esempio diretto: “In D vedo gli allenamenti, ci sono realtà che devono combattere con mancanze della categoria ed economiche. A fare gli allenamenti c’è un allenatore, un vice, un preparatore. Noi in Serie A siamo viziati, io non so se riuscirei a fare un allenamento da solo con il preparatore”.

Parole che restituiscono il contrasto tra due mondi spesso considerati parte dello stesso sistema, ma in realtà molto lontani per mezzi e condizioni operative. Per De Rossi, però, il calcio di base non è soltanto il luogo delle difficoltà: è anche uno spazio dove osservare competenze, talento e autenticità.

Lo dimostra il riferimento a David D’Antoni, allenatore dell’Ostiamare, citato con grande stima. “David D’Antoni, allenatore dell’Ostiamare, mi ha sorpreso in positivo. Se devo fare il nome di un allenatore che mi ha colpito e non è noto. Più in generale penso che faccia bene guardare cosa c’è sotto. Ho scoperto tante realtà in questi mesi, molto preparate sotto ogni punto di vista”. 

Il ragionamento si è poi allargato al futuro del movimento calcistico nazionale. Sollecitato da Lele Adani sul momento del calcio italiano e sulle possibilità di ripartenza dell’intero sistema – dai dilettanti alla Serie A, passando per i settori giovanili – De Rossi ha indicato la necessità di una riforma profonda, basata su competenze specifiche e studio dei modelli stranieri.

“Penso che vada costruito un pool di persone che si dedichino solo a quello e che studino quello che è stato fatto all’estero”, ha spiegato. Secondo l’ex centrocampista, l’errore più grande sarebbe cercare soluzioni semplicistiche o affidarsi a slogan ricorrenti. “L’unico errore che non dobbiamo fare è andare sul banale. Mancano gli stadi, ma dove abbiamo perso noi? In uno stadio che è più piccolo di alcuni di Serie D”.

Una frase che di fatto smonta una delle letture più frequenti sul ritardo del calcio italiano: quella secondo cui le infrastrutture sarebbero la chiave del problema. Per De Rossi il tema è più profondo e riguarda soprattutto la formazione tecnica e umana dei calciatori.

“Non è che se fai gli stadi escono fuori i vari Totti, Cassano…”. Secondo DDR, la necessità dell'Italia è quella di tornare a produrre grandi talenti italiani, lavorando sui vivai, sulla cultura calcistica e sulla qualità dell’insegnamento.

Anche Antonio Cassano, intervenendo nel dibattito, ha sottolineato come il calcio italiano sia rimasto indietro di almeno “10-20 anni”, aprendo alla possibilità di importare idee nuove e figure innovative. Una provocazione raccolta da De Rossi, che ha ribadito la necessità di guardare fuori dai confini nazionali. “Sì, io a questo mi riferisco: non bisogna studiare l’Italia degli anni Ottanta, ma cercare di capire cosa hanno fatto Inghilterra, Germania e Francia. Bisogna capire cosa va fatto. Serve gente che sappia cosa vuol dire giocare a calcio”.

Andrea Musacchio

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